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Non esiste più la terza età: fare sport per rimanere giovani

Pubblicato da liulai, in Fitness e Allenamento, La Salute degli Anziani | 9 settembre 2009 | 10:00

sport e terza età

Bisogna spostare sempre più avanti i limiti di terza e quarta età: ciò che in passato era vero anagrafica­mente, ora non ha più senso ne­anche da un punto di vista biologico. La diffusione dell’attività sportiva ed i progressi della medicina hanno radicalmente cambiato il concetto di salute, specialmente in questa fascia di età: personal­mente siamo sempre scettici sul balletto di cifre che ruota intorno ai fenomeni di massa, per cui biso­gna sempre prendere con le molle certi dati, ma a questo proposito ci si deve piacevolmente “arrendere” ai dati forniti dall’ISTAT che considerano i soggetti over 50, fino a qualche decennio fa avviati verso una decorosa ma inarrestabile vecchiaia, atleti a tutti gli effetti.

Distinguerei comunque i due aspetti della pratica sportiva in questa età, separando in modo netto l’attività agonistica dalla pra­tica di tipo ludico ginnica. In que­sto contesto è importante il ruolo del medico sportivo che ha un duplice compito: inco­raggiare l’inizio o la prosecuzione dell’attività fisica da un lato, e in­dividuare eventuali controindica­zioni assolute al rilascio del certificato di idoneità agonistica dall’altro. La prima situazione è a nostro avviso quella più moderna e sociale, in linea con le più re­centi linee guida che rivalutano l’attività fisica al punto di conferirle la dignità di mezzo di prevenzione sanitario e sociale, fino ad assu­mere un compito di vera e propria attività terapeutica.

Non c’è limite a questo proposito: uno stimolo adeguato è in grado di apportare miglioramenti a qual­siasi età. A livello dell’apparato osseo viene combattuta l’osteo­porosi (si è visto a questo propo­sito come la terapia sostitutiva ormonale presenti pro e contro), a livello muscolare viene contrastata la sarcopenia, che è causa e con­seguenza della diminuzione della potenza muscolare, sia nella velo­cità di reclutamento che nel nu­mero di unità motorie coinvolte.

 

L’apparato cardiovascolare, con il trascorrere degli anni, è sottopo­sto ad un processo di invecchia­mento: a livello cellulare aumenta la deposizione di grasso, tessuto connettivo e collageno. La fre­quenza cardiaca massima tende ad abbassarsi di 1 battito per ogni anno di vita trascorso, e anche la gittata sistolica, la portata cardiaca e la contrattilità subiscono un de­cremento. A partire dalla terza età si è osservata inoltre una ridu­zione della capacità di risposta dei beta recettori, della capacità di uti­lizzare come substrati energetici gli acidi grassi e si sono riscon­trate alcune modificazioni struttu­rali nei canali del Ca (che condizionano negativamente la regolazione dell’accoppiamento eccitazione-contrazione).

A livello dell’apparato muscolare l’ipotrofia legata al passare degli anni, con diminuzione della se­zione trasversale del muscolo, de­termina la diminuzione della potenza aerobica; questa è condi­zionata negativamente anche dalla ridotta capacità ossidativa muscolare, per calo del volume e del numero dei mitocondri. La catena respiratoria lavora al loro interno, e genera un flusso continuo di ROS (specie reattive dell’ossigeno), il cui accumulo ha un effetto deleterio su proteine, li­pidi e acidi nucleici.

I ROS sono i principali responsabili dell’ invec­chiamento cellulare. Probabil­mente è proprio la capacità individuale di rimuovere questi ROS (legata a caratteristiche in­trinseche e a uno stile di vita ade­guato) la responsabile delle prestazioni di altissimo livello che si verificano a volte nell’atleta an­ziano. Si sta cercando di studiare le modificazioni genetiche legate alla resistenza, e forse il gene le­gato all’ACE è il maggiore indi­ziato, ma ancora non si hanno risultati incoraggianti.

In questo contesto il ruolo del me­dico sportivo è proprio quello di in­coraggiare la pratica dell’attività fisica, meglio se in stretta collabo­razione con il medico di famiglia: è infatti da questa figura, a quoti­diano contatto con la popolazione, che dovrebbe partire l’input per la pratica sportiva, sicuramente di tipo non agonistico. Essa ha un effetto benefico su no­tevoli parametri biologici quali pressione arteriosa, metabolismo lipidico, indice di massa corporea, incide positivamente su molti dei fattori di rischio delle malattie car­diovascolari, migliora il  tono dell’umore, riduce l’incidenza di tumori del colon.

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