Tumore al seno metastatico, un’iniziativa per abbattere il muro del silenzio

di Cinzia Iannaccio Commenta

Cos’è un tumore al seno metastatico? Dove vengono le metastasi e dopo quanto tempo? Si può curare? E guarire? Come e dove? A chi rivolgersi? Perché è capitato proprio a me? Ed ora cosa faccio?
Una diagnosi di tumore al seno metastatico è l’inizio di un percorso difficile, non solo per il proprio corpo, ma anche per gli aspetti emotivi e sociali che può comportare: è un turbinio di paure, ansie, complicazioni, solitudine, incomprensioni, domande e dubbi che travolgono la mente e a cui non sempre si riesce a dare una risposta perché non si trova un interlocutore adeguato. Su tale tema – purtroppo – non c’è molta informazione, di fatto non se ne parla abbastanza! Per questo è nata la campagna “Voltati. Guarda. Ascolta. Le donne con tumore al seno metastatico”.

campagna donne con tumore seno metastatico


In siffata situazione si trovano in Italia almeno 30.000 donne con un’età media di 54 anni (il 30% ha meno di 45 anni) ed una vita affettiva e relazionale intensa: la maggioranza è sposata e con figli, il 40% ha un lavoro.

Per dare loro delle risposte, per abbattere il muro di silenzio e disinformazione (e conseguente insicurezza) che le circonda, la campagna “Voltati. Guarda. Ascolta. Le donne con tumore al seno metastatico” promossa da Pfizer in collaborazione con Susan G. Komen Italia e Europa Donna Italia, è scesa in campo con eventi, installazioni nelle piazze, passaggi radiofonici, libretti stile “millelire” e soprattutto un sito internet www.voltatiguardaascolta.it (con pagina social dedicata https://www.facebook.com/voltatiguardaascolta ), sul quale sono state pubblicate tante storie, scritte e raccontate dalle protagoniste, donne con tumore al seno metastatico.

Oggi questa malattia si può “cronicizzare”. Ciò significa che non è possibile guarire, ma grazie a vecchi e nuovi farmaci si può sopravvivere a lungo. Molte pazienti non lo sanno e non ancora abbastanza diffusi sono i centri in grado di offrire loro l’adeguato sostegno, sia terapeutico che psicologico. E poi ci sono i bisogni assistenziali come la possibilità di continuare a lavorare o la necessità di proseguire le proprie relazioni amicali e sentimentali. È d’obbligo dunque pensare anche alla qualità della vita delle donne con tumore al seno metastatico che devono dividersi tra malattia, famiglia, lavoro ed impegni sociali. Per farlo non si può prescindere dalla loro quotidianità, dalle storie.

La campagna “Voltati. Guarda. Ascolta” è partita proprio da queste, con la raccolta di tante testimonianze da parte delle protagoniste, confluite nel sito internet dedicato. La storia di Paola “Per sempre”, quella di Camilla “Convivere con un leone” e “La ginestra” di Patrizia sono state selezionate da una giuria di esperti per essere diffuse oltre che a mezzo stampa e internet anche con l’interpretazione e la comunicazione orale di tre attrici testimonial: Michela Andreozzi, Emanuela Grimalda e Daniela Morozzi, volti noti anche della TV.

Per stimolare l’attenzione al tema, nel mese di ottobre l’iniziativa è stata presentata nelle piazze di alcune città italiane (Napoli, Torino, Bologna). Fulcro intorno al quale hanno ruotato eventi informativi e divulgativi sul tema, con la diffusione gratuita di volumetti stile “Millelire” (contenenti le tre storie), un’installazione itinerante dal nome simbolico e dal forte impatto visivo: “La Folla Immobile”, caratterizzata da 30 sagome umane a grandezza naturale, posizionate tutte di spalle, atte a rappresentare l’atteggiamento della società (e dei mass media) nei confronti del tumore metastatico. L’obiettivo, come ovvio, quello di coinvolgere i passanti, inducendoli a “voltarsi, guardare, ascoltare” le parole delle storie di tumore al seno metastatico.

Chi non avesse trovato sulla sua strada questa iniziativa può visitare il sito www.voltatiguardaascolta.it e inviare la propria storia.

Rompere il muro del silenzio che da sempre è presente intorno al tumore metastatico può aiutare le donne coinvolte, i compagni, i figli, gli amici, ma anche le capacità comunicative dei medici, troppo spesso legati a termini tecnici e a statistiche di sopravvivenza fin troppo datate.