• 14
  • Ott

Scoperta la molecola delle pene d’amore

Di Paola Pagliaro, in Psicologia, Ricerca e Sperimentazione.

Tutti noi abbiamo patito, almeno una volta nella vita, le pene d’amore. Molto spesso si tende a sottovalutare la sofferenza che deriva dalla fine di una relazione sentimentale, da un tradimento o ancora da un’attrazione non corrisposta. Eppure, ci sono dei veri e propri sintomi che rendono il mal d’amore un malessere psicofisico da non sottovalutare.
Gli studiosi stanno cercando di scoprire da cosa derivino queste sensazioni e come si inneschino nell’organismo i meccanismi del dolore che si scatena da una delusione sentimentale.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Regensburg, in Germania, ha studiato il comportamento degli animali in caso di abbandono al fine di trovare dei paralleli in ciò che accade negli esseri umani.
Sotto esame degli studiosi le arvicole di prateria, una specie di mammifero monogoma che sembra particolarmente attento al rapporto di coppia, nonchè molto sensibile ai cambiamenti nella stabilità sentimentale.
Lo studio ha portato all’individuazione della corticotropina, una molecola il cui fattore di rilascio provocherebbe le pene d’amore.


I maschi dell’arvicola, presi in considerazione per la ricerca, sono monogami e fedeli. Gli studiosi hanno isolato in questi mammiferi i geni dell’indole da single e i geni della monogamia.
Ulteriori studi hanno portato all’analisi dei meccanismi successivi all’abbandono da parte della compagna.
A differenza di quanto accadeva nel caso della perdita di un parente prossimo, come il fratello o la madre, quando ad andarsene era la partner, i sintomi depressivi erano maggiormente intensi. Nel cervello dei roditori abbandonati si osservava un livello maggiore di un messaggero chimico, responsabile del fattore di rilascio della corticotropina.


Tramite inibitori chimici, gli scienziati sono riusciti ad arrestare l’attività della molecola e, come per incanto, i sintomi delle pene d’amore sono scomparsi. Oliver Bosch, che ha condotto lo studio, è convinto che questa molecola possa essere responsabile del dolore da abbandono o lutto anche negli umani. Ora si attendono maggiori riscontri.
I risultati completi della ricerca sono stati pubblicati dalla rivista Neuropsychopharmacology del gruppo editoriale scientifico britannico Nature.





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