La carie nella Roma e nella Grecia Antica

di liulai Commenta




In tutte le civiltà antiche furono proposti vari rimedi terapeutici, a volte sconfinanti nella superstizione, per combattere soprattutto il mal di denti, il più temuto sintomo conseguente alla carie che poteva poi portare alla pulpite di difficilissima risoluzione. Tuttavia, solamente nella Grecia e nella Roma antica vari autori si posero nei confronti di questa patologia con un certo metodo. Ippocrate (460-370 a.C.) fu il primo autore nella Grecia antica a trattare le problematiche odontostomatologiche con un certo rigore.
Nel Corpus Hippocraticum troviamo diversi libri sulle varie tipologie dei denti e del cavo orale; la carie viene nominata più volte, ed è considerata come l’espressione di un’alterazione dei quattro umori. La terapia proposta era, nei casi più gravi e quando l’odontalgia era molto violenta, l’avulsione dell’elemento cariato; altrimenti si doveva procedere a sciacqui tenendo in bocca l’oppio, il pepe ed alcune erbe medicamentose essiccate.


Nella Roma antica sì occuparono di odontoiatria Aulo Cornelio Celso, Claudio Galeno, Scribonio Largo, Plinio il Vecchio, Archigene d’Apamea e, in età tardoimperiale, anche Rufo d’Efeso. Celso, nel De Medicina, tratta di odontoiatria nel VI libro. La carie dentale viene considerata come la causa più comune di odontalgia; da un punto di vista terapeutico i presidi più importanti consistevano in prima istanza nell’assunzione di farmaci e di colluttori a base di oppio, incenso, giusquiamo, pepe e piretro; ciò deve essere supportato dall’eliminazione dei cibi e delle sostanze irritanti.
Successivamente era possibile porre, direttamente nella cavità cariosa, grani di pepe o bacche di edera. Nei casi in cui tale rimedio fallisce, è necessa un’infusione di origano e arsenico in olio, posti nella cavità che veniva poi chiusa con la cera; in caso di pulpite perforava, con un piccolo trapano di sua invenzione, il dente in più punti, introducendo olio. Fu molto cauto nel consigliare le estrazioni dentarie, da riservarsi solo in casi estremamente selezionati.
Anche Scribonio consigliò procedimenti analoghi, con particolare riguardo per l’utilizzo del seme di giusquiamo. Sostenne, per quanto possibile, di salvare sempre l’elemento dentario sia per l’estetica che per la funzione. Viene attribuita a questo autore una delle prime formule di composizione di dentifricio. Plinio, nella sua Historia Naturalis, riprende la “teoria del verme“, già nota in epoca babilonese, come agente eziologico della carie; ovverosia di un verme roditor di denti che cagionava questa fastidiosissima patologia, scavando come un tarlo vere e proprie gallerie all’interno dell’elemento dentale.
Ad Archigene d’Apamea sembra sia da attribuire l’invenzione di un rudimentale trapano, con il quale era possibile perforare il dente e penetrare nella camera pulpare, in modo da porre topicamente sostanze medicamentose. Rufo d’Efeso ( II sec. d.C.), infine, ideò un materiale per otturare le cavita cariose costituito da una miscela di allume di rocca, mirra, cumino, pepe nero e aceto.

[fonte originale | prof. Paolo Zampetti, Professore di Storia dell’Odontoiatria presso il Corso di Laurea in
Odontoiatria e Protesi Dentaria dell’università di Pavia]

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