Leucemia mieloide cronica: possibile cura nell’olio di pesce

di Valentina Cervelli 2

La leucemia è uno dei grandi temi sui quali la ricerca medica “dibatte” con maggiore veemenza. E di conseguenza è una delle patologie più studiate in ogni parte del globo. Ora uno studio statunitense ci suggerisce che un particolare elemento contenuto nell’olio di pesce può essere in grado di sconfiggere le cellule staminali della leucemia mieloide cronica.

Parliamo del delta-12-protaglandin J3 (o D12-PGJ3) che ha dimostrato la sua efficacia sulle staminali cancerose nel corso di prove in laboratorio relative a questo particolare tipo di tumore del sangue. Per i ricercatori impegnati nello studio e coordinati dal dott. Sandeep Prabhu, professore associato del Center for Molecular Immunology and Infectious Disease and Center for Molecular Toxicology and Carcinogenesis, della Pennsylvania State University potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per la creazione di nuove terapie.

Al momento lo studio è stato condotto solo su livello animale. Il composto precedentemente indicato è prodotto dall’acido eicosapentaenoico, conosciuto sotto l’acronicmo di Epa, un acido grasso Omega 3 riscontrabile nel pesce e nell’olio di quest’ultimo.
Spiega il dott. Prabhu:

Altre ricerche in passato sugli acidi grassi hanno dimostrato i benefici per la salute degli acidi grassi sul sistema cardiovascolare e nello sviluppo del cervello, in particolare nei bambini,  ma ora  abbiamo dimostrato che alcuni metaboliti degli Omega-3 hanno la capacità di uccidere selettivamente le cellule staminali che causano la leucemia nei topi.

I risultati pubblicati sulla rivista di settore Blood hanno evidenziato come l’utilizzo del composto abbia presentato una certa percentuale di successo sui topi, portando alla guarigione tutte le cavie. Senza che nessuna recidiva fosse poi comparsa in seguito.

Ad ogni animale sono stati iniettati circa 600 nanogrammi di D12-PGJ3, per sette giorni consecutivi. Alla fine del periodo di follow up tutte le analisi erano tornate nella norma. Un risultato raggiunto perché il composto è in grado di attivare il gene p53 che porta la cellula staminale malata alla morte programmata, ovvero all’apoptosi.

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Fonte: Blood

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