Primo trapianto di mano, via l’arto dopo 13 anni

di Valentina Cervelli Commenta

Qualche giorno fa Walter Visigalli, protagonista del primo trapianto di mano italiano avvenuto nel 2000, si è sottoposto ad un intervento di amputazione dell’arto. Dopo un decennio di terapia infatti il corpo ha iniziato a rigettare la mano, causando dolore e diversi problemi all’uomo.

La notizia è stata diffusa dal dott. Marco Lanzetta, lo stesso che tredici anni fa eseguì il trapianto sull’uomo presso l’ospedale San Gerardo di Monza. Walter non rimarrà senza mano a lungo, entro quattro-sei settimane gli verrà impiantata una protesi. Già in passato una storia clinicamente simile è avvenuta. Il primo trapiantato di mano al mondo, il neozelandese Clint Hallam, fu sottoposto ad amputazione circa un anno dopo l’impianto: troppo dolore e problemi psicologici lo condussero a questa decisione. Per ciò che concerne l’operato italiano la storia sembrava essere diversa. Walter Visagalli ha sempre mostrato di essere soddisfatto ed a proprio agio con la nuova mano, ed ha sempre seguito le istruzioni mediche e la riabilitazione. Due anni fa pero, ecco arrivare in forma molto pesante le reazioni di rigetto.

La comparsa di dolorose ulcere, che potevano portare alla setticemia e alla cancrena hanno fatto gettare la spugna al paziente italiano che ha preferito non rischiare e smettere di soffrire sottoponendosi ad una nuova amputazione. Come racconta Lanzetta, infatti, fino a qualche tempo fa l’uomo rispondeva in modo positivo e senza particolari problemi alla terapia antirigetto, riuscendo ad utilizzare la mano senza difficoltà. Poi sono comparsi il dolore e le ulcere, reazioni che i medici hanno faticato a controllare con i farmaci utilizzati di norma. Per poter dar modo a Walter di continuare ad utilizzare la mano si sarebbe dovuti passare ad immunosoppressori più potenti che avrebbero potuto apportare maggiori danni all’organismo che benefici all’arto ed alla sua funzionalità. Per questo motivo è stata presa la decisione di rinuncia dello stesso, in modo “sereno e condiviso”, sottolinea Lanzetta.

Photo credit | Thinkstock

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