Malattia di Huntington, scoperto metodo per rallentare la malattia

di Valentina Cervelli 2

malattia huntington trovato trattamento promettente Un trattamento per la malattia di Huntington definito “promettente” per la sua capacità di ritardare ed in alcuni casi di rallentare la progressione della sindrome. E’ questo il risultato di uno studio di laboratorio di una squadra di ricercatori dell’Università di Alberta, la quale ha scoperto che la molecola GM1, già utilizzata in merito ad altre patologie, è compatibile con l’approccio a questa malattia.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista di settore Proceedings of the National Academy of Sciences. Ricordiamo che la malattia di Huntington è una patologia molto rara che colpisce solitamente sopra i 40 anni di età e consiste in una degenerazione neuronale che apporta disturbi del movimento e del comportamento ed decadimento cognitivo.

Si è verificato in laboratorio, attraverso differenti modelli di studio, che ripristinando i livelli normali della moleca GM1 all’interno del cervello era possibile un ritorno delle abilità motorie a pochi giorni dalla loro progressiva perdita. La molecola per l’immissione utilizzata nei test è stata prodotta in modo naturale ma sintetico attraverso procedimenti chimici specifici.

Sebbene l’iter sia ancora in fase di definizione, la coordinatrice dello studio, la dott.ssa Simonetta Sipione ed il suo staff dovrebbero riuscire presto ad impiantare una collaborazione con il reparto di neurologia dell’ospedale dell’Università di Alberta per mettere a punto una terapia in un lasso di tempo abbastanza breve. Sottolinea la ricercatrice:

Lo studio ha dimostrato per la prima volta che in un modello della malattia di Huntington il trattamento ripristina uno stato effettivamente normale e non solo leggermente migliore .Visti i risultati nella fase di test si può immaginare che la molecola possa lavorare anche su sintomi cognitivi causati dalla patologia.

In tal senso sono già previste delle analisi in grado di verificare la possibilità di “inversione” anche per ciò che riguarda l’iter dei danni cognitivi associati alla patologia.

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Fonte: Pnas