
Un nuovo studio suggerisce che la birra è una fonte significativa di silicio dietetico, un ingrediente fondamentale per aumentare la densità minerale ossea. I ricercatori del Department of Food Science & Technology presso l’Università di California di Davis hanno studiato la produzione di birra commerciale, per determinare la relazione tra i metodi di produzione della birra e il conseguente tenore di silicio, concludendo che la birra è una ricca fonte di silicio dietetico. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of the Science of Food and Agriculture.
I fattori di produzione di birra che influenzano i livelli di silicio non sono stati ampiamente studiati. Abbiamo esaminato una vasta gamma di stili di birra per il loro contenuto di silicio e l’impatto delle materie prime e il processo di fermentazione sulle quantità di silicio che entrano nel mosto e nella birra
ha spiegato Charles Bamforth, autore principale dello studio. Il silicio è presente nella birra in forma solubile di acido ortosilicico (OSA), che produce il 50% di biodisponibilità, facendolo diventare una delle principali fonti di silicio nella dieta occidentale. Leggi tutto l’articolo

Nonostante le rinunce a tavola, capita spesso che i chili che si perdono rimangono talmente pochi da farci demoralizzare, e magari riprendere a mangiare più di prima. Ma perché avviene questo? A spiegarlo è uno studio dei ricercatori danesi Martijn Katan e David Ludwig pubblicato sul Journal of American Medical Association. In breve, secondo loro, è tutta questione di meccanismi di autodifesa del corpo.
Se ad esempio decidiamo di rinunciare ad un certo numero di calorie, che possono provenire da un dolce, ogni giorno, senza però cambiare le nostre abitudini di attività fisica, il meccanismo che si instaura nel corpo porta ad una perdita di peso nell’immediato. Purtroppo però, a lungo andare, l’alleggerimento si ferma, in quanto, a causa della diminuzione delle calorie introdotte, avverranno modificazioni ormonali e del sistema nervoso autonomo, che porteranno il corpo ad adattarsi alla nuova situazione, e bloccando quindi la perdita di peso.
Ma avviene anche il contrario. Se cioè siamo stanchi della dieta e riprendiamo a mangiare quel dolce, il corpo riprenderà i chili perduti e, se non esageriamo ma continuiamo a mangiare sempre lo stesso quantitativo di calorie, il corpo finirà con l’adattarsi a quella quantità, bloccando la quantità di grasso prodotta dopo alcuni chili.
La soluzione? Un cambiamento dello stile di vita che comprenda una dieta ipocalorica e molta attività fisica potrebbero bastare a perdere peso in maniera duratura.

I più giovani sono assidui consumatori dei soft drink, ovvero una particolare categoria di bevande composta da bibite analcoliche, sopratutto alla frutta, molto zuccherate, naturali o con una lieve effervescenza. Sono facilmente reperibili nei supermercati, spesso venduto a basso costo, ma sopratutto sempre presenti nei distributori automatici delle scuole, una tentazione inevitabile, quindi, che però costituisce un pericolo per la salute. Infatti, l’allarme arriva dalla American Association for cancer research che, dopo aver svolto alcune ricerche, ha evidenziato come il consumo di soft drink può aumentare, fino a raddoppiare, il rischio di cancro al pancreas, una delle forme tumorali più pericolose perchè difficile da curare.
In seguito a questa allarmante scoperta, quindi, la Coldiretti, anche per limitare questa abitudine che sta prendendo piede anche in Italia, ha proposto di sostituire i soft drink con succhi di frutta o con frutta fresca. In questo modo, si può limitare il rischio di sviluppare tumori nei più giovani, ma anche nei più grandi che spesso scelgono bevande edulcorate come break o aperitivo.
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Andate a dare un’occhiata al numero di amici che avete su Facebook, Myspace o qualsiasi altro social network utilizziate. Se superano i 150 (e nella maggior parte dei casi è così), allora molti sono inutili. Il motivo? Non riuscirete mai a gestirli tutti. Il cervello umano, da quando è comparso l’uomo delle caverne fino ad oggi, avrà imparato tante cose, ma dal punto di vista sociale, non si è evoluto più di tanto. Esso è infatti in grado di gestire al massimo 150 relazioni, la maggior parte delle quali riguardano rapporti di parentela, e dunque se per migliaia di anni una persona conosceva più persone di questo numero, queste erano perlopiù semplici conoscenti e persone che, proprio come accade online, al massimo si salutano una volta ogni tanto.
Spiega Robin Dunbar, della Oxford University, che scambiarsi centinaia di inviti all’amicizia è destinato a far cadere queste persone nell’oblìo. La mente umana tratta i rapporti sociali con una scala gerarchica: al primo posto mette la persona con cui si ha una relazione forte (moglie/marito, fidanzato/fidanzata, ecc.), dopodiché le persone con cui si ha un contatto di lavoro e le amicizie vere, che di solito non superano mai le 5-6 persone. Dopodiché si va a scalare, considerando paradossalmente di più le persone con cui abbiamo contatti in carne ed ossa che non quelle conosciute in modo virtuale. Se poi nella lista ci sono cugini e parenti vari, questi hanno spesso la precedenza sulle amicizie. Leggi tutto l’articolo

Che la meditazione facesse bene, questo era risaputo. Non fa tanto parte della cultura italiana, dove è preponderante la preghiera, ma nella medicina asiatica, e da qualche decennio anche in quella americana, le prescrizioni di medicinali vengono associate allo yoga o ad altre pratiche di controllo del corpo e della mente.
In effetti, ciò che avviene con tali pratiche, in un certo senso rispecchia anche quello che avviene con la preghiera, e cioè un certo senso di appagamento, di miglioramento della salute fisica (principalmente controllo del dolore) e mentale, e tutto un lavoro psicologico che pare fare bene anche ai valori del sangue e al nostro cuore. Secondo una nuova ricerca effettuata alla Maharishi University of Management di Fairfield, in Iowa alle Scientific Sessions dell’American Heart Association di Orlando, pare che ciò avvenga veramente e ha prove testabili scientificamente. Leggi tutto l’articolo

Pur usando lo stesso idioma, donne e uomini adottano diverse sfumature del linguaggio. In politica, questi differenza supererebbe le divergenze di partito, accomunando le esponenti di entrambi gli schieramenti e, sul lato opposto, i colleghi maschi. Lo conferma Grazia Basile, docente di Linguistica generale all’Università di Salerno, che ha confrontato interviste rilasciate – neli ultimi mesi da nove donne e nove uomini politici, da Rosy Bindi a Mara Carfagna, da Massino D’Alema a Sandro Bondi a Napolitano: gli uomini scelgono un linguaggio personalizzante, con espressioni tipo «Noi diciamo» o «Noi vogliamo»; le donne preferiscono presentare in maniera oggettiva i fatti ‑ opinione comune, si pensa – oppure “attenuarli” ‑ « Sembrerebbe».
Anche le metafore dividono i sessi: le onorevoli usano quelle legate al movimento, come «Facciamo passi avanti»; gli onorevoli quelle belliche, come «Siamo pronti alla battaglia». «Questa disparità linguistica può indicare una maggiore attitudine alla collaborazione da parte femminile. A sottolineare che le donne in posizioni di vertice non si sentono più obbligate ad assumere modalità di comportamento mutuate dai colleghi maschi» conclude Basile.

Con il passare degli anni si rimpiange sempre di più la forma fisica dei 20 anni, periodo in cui l’organismo raggiunge il suo apice e, man mano che il tempo passa si cerca di lottare contro l ‘ invecchiamento che, però è naturale ed inevitabile. Si tratta di un processo degenerativo che, a causa dell’accumulo di danni e tossine, genera un indebolimento generale dell’organismo che, così, risulta più vulnerabile a patologie e germi. Ciò non interessa solo il fisico, ma anche la mente dato che dopo i 50 anni scompaiono gradualmente il 5% dei neuroni.
A volte, però, questo processo può arrivare prima del previsto e, in questo caso, si parla di invecchiamento precoce. Grazie alle ricerche condotte dal team dell ’ Universita’ di Leicester e del King’s College di Londra, svolte in collaborazione con gli studiosi olandesi dell’Universita’ di Groningen, si è individuato il gene responsabile di questo fenomeno.
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I lavoratori esposti al tricoloroetilene (TCE), un prodotto chimico usato per la pulizia di metallo, ma anche nell’industria della componentistica auto, possono essere esposti ad un rischio significativamente più elevato di sviluppare il morbo di Parkinson, secondo uno studio pubblicato oggi, che sarà presentato al 62esimo meeting annual dell’American Academy of Neurology che si terrà a Toronto da 10 al 17 aprile.
Questa è la prima volta che uno studio basato sulla popolazione ha confermato i rapporti dei casi che vedevano l’esposizione al TCE collegata all’aumento del rischio di una persona di sviluppare il morbo di Parkinson. Il TCE è un solvente industriale diffuso che è ancora ampiamente utilizzato per lavare il grasso dalle parti di metallo
ha spiegato l’autore dello studio Samuel Goldman, del Parkinson’s Institute a Sunnyvale, in California, e membro dell’American Academy of Neurology. Leggi tutto l’articolo