Il contagio da tubercolosi ci spaventa, ecco perché

 
Cinzia Iannaccio
10 ottobre 2011
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tubercolosi e1318241327822 Il contagio da tubercolosi ci spaventa, ecco perchéLa tubercolosi conosciuta anche come tisi o tbc, ci spaventa molto. E’ una malattia che in Italia avevamo quasi dimenticato o che ritenevamo relegata ad ambienti igienico-sanitari particolarmente degradati. In parte questo è vero, ma il bacillo responsabile della TBC è altamente contagioso: basta un colpo di tosse e si trasmette (per via aerea dunque) a chi si trova nelle immediate vicinanze. E’ chiaro che negli ambienti chiusi ed affollati come il reparto di un ospedale (vedi il caso del Policlinico Gemelli) o una scuola (con l’insegnante che ha contagiato gli alunni) il tutto diventa più semplice, oltre che preoccupante.

Il colpevole è dunque il Mycobacterium Tuberculosis che è stato individuato per la prima volta da Robert Koch nel Marzo del 1882. La scoperta è valsa allo scienziato anche il premio Nobel per la Medicina nel 1905, ma il cruccio dell’uomo (da cui prende anche il nome il bacillo-Bacillo di Koch) rimase quello di non aver scovato un farmaco per la terapia. Per questo si è dovuto aspettare il 1946 con lo sviluppo della streptomicina (antibiotico). Dunque una cura c’è, anche se, secondo i dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) al mondo muoiono ancora ogni anno 2 milioni di persone (su 8 che si ammalano) e per questo già dal 1993 è stato approntato a livello internazionale il progetto Stop TBC.

L’allarme è nato nel nostro paese in conseguenza di fatti che ci sono sembrati poco chiari e confusi ma che comunque corrispondono alla realtà della tubercolosi, come nel caso del vaccino che non garantisce una copertura, di test per la diagnosi che non sono sempre reali, ed un contagio che non corrisponde alla malattia vera e propria. E questo dipende dal fatto che gli stumenti a disposizione risalgono tutti al secolo scorso: ancora la scienza non è riuscita a scovare innovazioni decisive. Senza parlare del fatto che ad essere coinvolti nelle cronache quotidiane sono neonati e bambini. A dir la verità, la tbc non risparmia nessuno, non ha particolare incidenza in un sesso o in una specifica fascia d’età, anche se nei Paesi in cui questa malattia è particolarmente diffusa si sta sviluppando soprattutto in età pediatrica una forma di tubercolosi resistente agli antibiotici.

In Italia l’incidenza della malattia secondo gli ultimi dati del 2009 (ISS) è molto bassa: 4.246 casi notificati, caratterizzati per il 40% da pazienti stranieri residenti nel nostro Paese, benché anche qui si stiano diffondendo ceppi resistenti ai farmaci. L’attenzione è dunque alta, come testimonia anche la circolare emanata lo scorso 23 Agosto dal Ministero della Salute in cui si legge:

“…..Tuttavia, negli ultimi anni sono emersi numerosi motivi di allarme: nelle grandi città metropolitane l’incidenza di TB è fino a 4 volte maggiore rispetto alla media nazionale, la tubercolosi multiresistente è in lento ma progressivo aumento e la proporzione di persone che completano il trattamento antitubercolare è inferiore agli standard definiti dall’OMS”.

Per questi motivi il Ministero ha ribadito l’importanza del sistema di sorveglianza e prevenzione che si sta comunque attivando in rispetto anche alle linee guida internazionali. Dunque il problema della tubercolosi c’è ed è riconosciuto. Quindi stabilite le responsabilità di chi non mette in pratica le norme, occorrerà affrontare l’ansia da tbc con le dovute chiarificazioni ai dubbi, attraverso un’informazione completa e diretta. Cercheremo di farlo nei prossimi giorni.

[Fonte: Iss]

 

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