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  • 19
  • lug
  • 2010

Alzheimer: nuove linee guida per la diagnosi

Pubblicato da Cinzia Iannaccio, in La Salute degli Anziani, Neurologia | 19 luglio 2010 | 09:16

Alzheimer, chi conosce questa malattia, anche solo in forma indiretta, perché ne soffre magari il parente di un amico, ha i brividi a sentirla nominare. Ha un decorso lento che inizia con piccole dimenticanze, per arrivare a far perdere il ricordo di tutto: della propria casa, del proprio nome, dei propri famigliari, della propria ausufficienza.

Si ha una regressione totale, è come tornare bambini. Fragili, timorosi, forse, di sicuro bisognosi di un supporto, che deve venire dai familiari. E’ una patologia che nel mondo colpisce più di 35 milioni di persone. Troppe, per non avere timore che possa capitare ad una persona cara.

Attualmente la diagnosi non è immediata. Arriva quando cioè i sintomi sono ben chiari e non è più possibile confonderli con altri disturbi legati all’età.

Finalmente però dopo 25 anni, gli studiosi presenti al Meeting Internazionale sull’Alzheimer che si è appena svolto alle Hawaii, hanno presentato nuove linee guida per la diagnosi. Un passo importante e necessario, viste le nuove tecnologie: dall’individuazione di biomarkers, a Pet (Positron Emission Tomography), e tac particolari al cervello.

Non si hanno certezze infinite su queste nuove tecniche, ma si stanno ottenendo risultati interessanti che meritano un approfondimento. Il Prof. Paul Aisen Ricercatore presso l’Università della California, ha dichiarato al New York Times la sua opinione:

“ Ormai abbiamo cambiato il modo di vedere la malattia. Ci siamo resi conto che la demenza è solo il punto di arrivo di un percorso molto lungo”.

Detta consapevolezza coincide con la convinzione che la demenza possa essere diagnosticata almeno 10 anni prima dell’insorgenza dei suoi sintomi peggiori, ma anche con quella che attualmente più è precoce una diagnosi e più c’è il rischio di sbagliare.

Se le nuove linee guida fossero approvate, sicuramente ci sarebbe la possibilità di lavorare, se pur con qualche errore di margine su pazienti che non si trovano ancora in una fase irreversibile.

Le stesse case farmaceutiche potrebbero essere maggiormente stimolate alla ricerca di farmaci per rallentare il decorso della malattia. Sicuramente varrà la pena di provare.

[Fonte: Virgilio.it]

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