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Fobie sociali e aracnofobia: impariamo a superarle

Pubblicato da liulai, in Psicologia | 29 aprile 2009 | 10:00

Non chiamateli fifoni. Urlare come forsennati alla vista di un ragno o di un topo, oppure rifiutarsi di visitare piazza San Marco a Venezia perché non si può nemmeno tollerare la vista dei piccioni, può far sorridere i più; ma per chi soffre di queste fobie, che gli psicologi chiamano specifiche, lo stato di ansia provato di fronte all’oggetto dei propri incubi è una cosa davvero seria. Ma che cos’è una fobia? È semplicemente una reazione di paura, a volte di vero e proprio terrore, causata da uno specifico stimolo -può essere un oggetto o una situazione che costituisce un pericolo inesistente o comunque minimo.

Anche se c’è ben poco da temere, la persona fobica, non appena entra in contatto con l’oggetto delle sue paure, sente improvvisamente il cuore battere ail’impazzata e il respiro mancare. Suda, trema può provare un forte senso di nausea e persino disturbi intestinali e urinari. Nella mente una sola idea allontanarsi subito scappare. Peraltro, la reazione può essere innescata anche soltanto dall’immagine o dalla prefigurazione dell’oggetto, non è necessaria la sua presenza fisica.

Perché si parli di vera fobia, però, ci deve essere continuità: tutti ci spaventiamo se all’improvviso un ragno ci cade in testa, ma la persona fobica ha una reazione simile anche quando vede un ragno morto stecchito sul pavimento. In genere le fobie più semplici non compotiano le conseguenze invalidanti che possono invece affliggere chi soffre di altri disturbi più complessi, come le fobie generalizzate, vale a dire soprattutto fobia sociale e agorafobia. Sono disturbi che impediscono di uscire di casa, di camminare da soli in strada, di andare a trovare un amico e, ovviamente, di lavorare.

Da dove nascono le fobie? Secondo le concezioni attualmente più accreditate, quelle semplici non hanno a che fare con particolari significati simbolici degli oggetti o delle situazioni che li scatenano, ma sono il prodotto di un apprendimento -spesso così precoce da non lasciare traccia nella memoria- del fatto che qualcosa può essere pericoloso. È quello che succede in chi, per esempio, ha paura dei cani o dei gatti, magari perché da piccoli sono stati morsicati o graffiati e si sono spaventati parecchio. Le altre possono avere origini diverse ed essere anche slegate da eventi passati o brutti ricordi. Liberarsi delle fobie è possibile: in genere è sufficiente un ciclo di sedute di terapia cognitivo comportamentale, nelle quali la persona viene gradualmente esposta allo stimolo che teme, fino a che la sua mente non abbia “disimparato” a percepirlo come qualcosa di pericoloso.

E nel contempo aumenta la cognizione della propria efficacia personale nell’affrontare il “pericolo”. Di solito all’inizio si parla dell’oggetto temuto con il terapeuta, poi si passa a osservarne un’immagine per breve tempo, via via più lungo, e infine si passa ad affrontarlo realmente, “dal vivo”. Attentamente dosata, questa semplice procedura permette nella maggior parte dei casi di neutralizzare la fobia nel giro di poche settimane. Il passo più difficile è rappresentato dalla decisione di affrontare questo tipo di terapia, dato che la sola idea di aver a che fare con quello stimolo può fungere da deterrente. Ma se il disturbo provocato dalla fobia nella gestione della propria vita è significativo, l’idea di guarire potrà dare la motivazione necessaria per prendere “il ragno per le zampe“.

Fonte http://www.consumercare.bayer.it/ebbsc/export/sites/cc_it_internet/it/Sapere_and_Salute/articoli/Marzo_2009/Psiche.pdf

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