Smettere di fumare grazie ad una molecola

di Valentina Cervelli Commenta

Smettere di fumare è difficile, ma non impossibile. Sigarette elettroniche, cerotti alla nicotina, addirittura l’ipnosi: sono molti gli strumenti che una persona seriamente intenzionata a dire no al fumo può utilizzare. La ricerca medica dal canto suo tenta di fare ciò che può per trovare una soluzione ed in questi giorni potrebbe esserci riuscita con uno studio condotto in Canada.

Il più grande blocco da superare, infatti, è quello psicologico. Una delle primarie necessità della persona è quella di bloccare il cervello nei suoi tentativi di desistenza nei confronti della persona.  Secondo i ricercatori del Centre for Addiction and Mental Health di Toronto è il cervello stesso a fare da schermo alla voglia di smettere, creando una sorta di “ostruzionismo biologico” attraverso l’azione di due recettori cerebrali che continuano, anche dopo aver smesso di fumare per mesi, a richiamare il bisogno di una sigaretta.

Lo studio è stato al momento condotto sui topi ed i suoi risultati sono stati pubblicati sulla rivista di settore Journal of Experimental Medicine. Gli scienziati hanno identificato la presenza di una vera e propria “trappola molecolare” nella quale le persone, involontariamente, possono trovarsi a cadere. In pratica è stato riscontrato che le persone che fumano da tanto tempo hanno una sorta di “cortocircuito molecolare” che lega due precisi neurotrasmettitori. Nel corso della sperimentazione è stata testata una nuova molecola che sembrerebbe in grado  di spezzare questi particolare legame aiutando la cavia (e si spera in futuro la persona, N.d.R.) a rifiutare la sostanza che gli ha creato dipendenza, in questo caso la nicotina. Commentano i ricercatori:

Se l’inibitore funziona allo stesso modo anche nell’uomo si potrà fornire un nuovo potente strumento per ridurre, nelle persone che hanno smesso di fumare, il desiderio e la voglia di ricominciare.

E voi cosa ne pensate? Di certo si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione.

Fonte | Journal of Experimental Medicine

Photo Credit | Thinkstock

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