In coma apparente, sente il medico parlare di “staccare la spina”

di Cinzia Iannaccio 1

 

Una donna in coma, grave, irreversibile, attaccata ad un respiratore. Il medico parla con il marito e dice che è il caso di “staccare la spina” e di organizzare il funerale: ma lei è lì, viva e non riesce a parlare anche se sente tutto. E’ quanto accaduto ad una donna di 57 anni Angèle Lieby nel luglio del 2009.

Aveva avuto un forte mal di testa che non passava abbinato a formicolio alle mani e per questo era stata portata in ospedale, a Strasburgo, dove viveva. Qui i medici non comprendono, sospettano una meningite, forse la malattia di Lyme. La ricoverano. Nella notte un rapido peggioramento, non riesce più a respirare, a muoversi. Viene intubata, si ritrova al buio, con gli occhi chiusi, totalmente paralizzata, senza capire cosa le sta accadendo: sa di essere in ospedale, non vede, ma sente benissimo chi nella stanza parla di uno stato di coma, del fatto che nulla in lei funziona più se non il cuore. Ma così non è. Il suo cervello e le sue orecchie funzionano benissimo, così lei urla la sua “presenza”, la sua coscienza, ma la voce non esce, è prigioniera del suo corpo.

E poi il terrore, dopo 4 giorni la prognosi viene sciolta. Angèle sente il medico parlare con il marito:

“Dobbiamo staccare la spina del respiratore, non c’è più nulla da fare, si organizzi per il funerale”.

E poi gli infermieri, al suo capezzale durante le cure quotidiane:

 “Tanto questa donna tira presto le cuoia”.

E per verificare l’effettiva morte, uno di loro effettua un test: prende un capezzolo e lo tira con violenza: è un gesto che provoca un dolore fortissimo, tale, come afferma l’infermiere stesso da risvegliare i morti. Eppure lei è sveglia e viva, la sofferenza c’è, dentro, ma esternamente il corpo rimane immobile.

Fortunatamente, la sua famiglia non accetta nell’immediato di staccare la spina del respiratore e così dopo 12 giorni di coma apparente, la figlia di Angèle gli confessa di voler avere un altro bambino: l’emozione è tanta che sgorga una lacrima. E’ un segno! Gli infermieri ed i medici dicono che è impossibile e che si tratta di un gel che hanno applicato sugli occhi. Ma ecco che a quel punto la donna muove un mignolo e da lì, il recupero, lungo, ma totale. A tal punto da poter scrivere un libro: “Una lacrima mi ha salvato” in uscita in questi giorni in Italia per le Edizioni San Paolo.

La diagnosi: sindrome di Bickerstaff, una malattia rara che aggredisce il sistema nervoso.

Di seguito il video del suo racconto in un’intervista.

Foto: Youtube

Commenti (1)

  1. metodo velocissimo: valutare la presenza dei ** FOTONI ** emessi dal sistema nervoso periferico.. centrale, valutare l’entità e le variazioni in funzione delle sollecitazioni AMBIENTALI… di qualsiasi tipo, termiche, acustiche e luminose .. !

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