Ospedali killer, l’Italia è vittima delle epidemie in corsia

di Marco Mancini 2

Recarsi in ospedale non è più un modo sicuro per guarire, anzi, vista l’incuria in cui versano alcune strutture pare sia addirittura pericoloso. E’ quanto emerge da un’inchiesta condotta dal quotidiano La Repubblica che è partito dalle tante segnalazioni di decessi “misteriosi” ed errori dei giorni scorsi, ed ha scoperto che negli ospedali italiani brulicano batteri peggio che in aperta campagna.

Puglia, Sicilia, Lazio, ma anche al Nord, dove si dice che tutto funzioni meglio, si registrano casi di infezioni ospedaliere ed errori medici che fanno diventare una vera e propria epidemia il contagio in ospedale. Secondo i dati dell’Amcli (Associazione italiana dei microbiologi), 15 mila persone vengono uccise ogni anno dai cosiddetti “batteri nosocomiali”, cioè i microrganismi che ci infettano nel posto che, teoricamente, dovrebbe essere il più pulito al mondo: l’ospedale.

Secondo ancora questi dati, ogni anno sono circa 9 milioni e mezzo le persone che vengono ricoverate negli ospedali di tutta Italia. Di queste 700 mila rimangono infettate. Alcuni casi diventano famosi come quelli di quest’ultimo periodo in Sicilia, a causa delle tante morti ravvicinate, ma la maggior parte di essi rimangono sconosciuti ai più, visto che vengono trattati come casi “isolati”.

Il paradosso è che alcune di queste infezioni avvengono a causa di scarsa igiene, come gli 80 contagi da Acinetobacter baumanii avvenuti nell’Aurelia Hospital a Roma, che ha portato a 26 morti.

Tutta la struttura dell’Aurelia si presenta in carente stato manutentivo e, per gli spazi comuni esterni alle aree di degenza, in cattivo stato di pulizia

si legge sulla relazione del Dipartimento di Prevenzione. Una relazione che fa rabbrividire, dato che parla di una struttura ospedaliera. Dunque come fare per migliorare la situazione? Il primo provvedimento da attuare è anche il più logico: aumentare i controlli. La media nazionale dei casi di infezioni ospedaliere è l’8,7%, con picchi al Sud del 17%, più alti rispetto anche al Medio Oriente e al Sud Est Asiatico, considerate zone del Terzo Mondo. La seconda soluzione, altrettanto logica, sarebbe applicare le leggi sulla prevenzione. Perché le leggi ci sono, ma molto spesso non vengono seguite. Spiega il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello:

Nel nostro Paese abbiamo una legislazione che riguarda la tutela del lavoratori in qualsiasi ambiente, anche negli ospedali. Questo è un principio generale per cui queste leggi si applicano anche a tutela dei pazienti ricoverati. Da un punto di vista giudiziario, la tutela contro la patologia infettiva è una efficace risposta da parte del nostro ordinamento. Queste sono le leggi però, come sempre capita, non basta che le norme siano scritte sulla carta, bisogna applicarle e farle applicare: ed è proprio qui che incominciano i problemi. […] Bisogna sviluppare una cultura perché non tutti si rendono conto che un’infezione ospedaliera può essere un reato.

Infine, basterebbe seguire la principale precauzione che anche l’Oms ricorda: lavarsi di più le mani. Sembra una raccomandazione infantile, ma purtroppo non viene sempre seguita.

[Fonte: Repubblica]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>