Il posto dove ci si ammala di più? L’ospedale

di Paola 2

Credevamo fosse una pecca tutta italiana, ed invece oggi scopriamo che tutto il mondo è paese. La metà di tutti i pazienti in terapia intensiva in tutto il mondo contraggono infezioni, e ad oltre il 70% vengono dati antibiotici, una tendenza che potrebbe aiutare ai nuovi superbatteri resistenti di emergere, spiegano dei ricercatori belgi.

I pazienti che hanno avuto infezioni hanno più probabilità di morire, in particolare delle infezioni del sangue come la sepsi, ha scoperto l’indagine su più di 13.000 pazienti che hanno passato molto tempo in terapia intensiva. Ma una delle preoccupazioni più grandi è stato l’ampio uso di antibiotici sui pazienti che non sono stati infettati, una pratica che è stato dimostrato porta a resistenza agli antibiotici, quando i germi sfidano i farmaci più comuni.

È importante sottolineare che l’incidenza della sepsi è in aumento, così come il numero di decessi correlati alle infezioni

ha spiegato il dottor Jean-Louis Vincent dell’Erasme University Hospital a Bruxelles, in Belgio e colleghi che hanno pubblicato la loro relazione sul Journal of American Medical Association.

Per lo studio, la squadra di Vincent ha intervistato 13.796 adulti in 1.300 unità di terapia intensiva in 75 Paesi in un solo giorno, l’8 maggio 2007. L’analisi ha rivelato che il 51% dei pazienti hanno avuto infezioni e il 71% erano in trattamento con antibiotici, sia come terapia che per prevenire l’infezione. Nel 64% dei casi, i polmoni sono stati infettati, le infezioni del flusso sanguigno e all’addome sono anche comuni. Il batterio più comune è lo Staphylococcus aureus, ma l’E. coli e una famiglia di batteri chiamati Pseudomonas sono stati anche stati rilevati spesso.

L’infezione della sepsi è la principale causa di morte in unità di terapia intensiva non cardiaca, con tassi di mortalità che raggiungono il 60% e rappresentano circa il 40% del totale delle spese della terapia intensiva

hanno scritto i ricercatori. Il dr Steven Opal della Brown University del Rhode Island, Stati Uniti, e il dottor Thierry Calandra del Centro ospedaliero Valdese di Losanna, in Svizzera, che non sono stati coinvolti nello studio, hanno rilevato alcune tendenze preoccupanti. Per esempio, un tipo di batterio noto come gram-negativo è coinvolto nel 63% delle infezioni.

Questa non è una tendenza favorevole, perché la resistenza tra i batteri gram-negativi è in aumento e il numero di alternative terapeutiche per il trattamento di queste infezioni è in diminuzione

hanno scritto in un commento. L’uso massiccio di antibiotici in unità di terapia intensiva può rendere tali unità epicentri per i batteri che possono mutare in forme resistenti ai farmaci. Ma i medici di terapia intensiva hanno poca scelta, hanno osservato.

L’intervento precoce con antibiotici appropriati può salvare la vita nei pazienti con infezione grave, ma l’uso smodato degli agenti antimicrobici contribuisce alla progressiva resistenza agli antibiotici. Con poche alternative a disposizione, è comprensibile perché gli intensivisti optano per il liberale uso degli antibiotici e dipendono in larga misura da questi agenti terapeutici per far guarire i pazienti.

Senza una qualche tecnologia “radicale” nuova, come vaccini o immunoterapia, c’è poca speranza per un miglioramento della situazione, hanno concluso i ricercatori.

[Fonte: Health24]