Mielofibrosi, una cura per i casi più rari?

di Valentina Cervelli 1

 La mielofibrosi è una malattia molto rara, che solitamente viene scoperta quasi per caso, magari attraverso delle analisi del sangue effettuate prima di un intervento, o magari perché avviene un ricovero per delle emorragie inspiegabili, trombosi. Talvolta ancora perché non si riesce a trovare spiegazione per dei sintomi molto vaghi come febbre, sudorazione, dolori ossei.  Insomma, si pensa ad un affaticamento, e invece ci si ritrova a combattere con  un tumore del sangue, del quale ora si sembra sia stata trovata una cura accettabile.

La mielofibrosi è una patologia cancerosa ematica, molto rara (come avevamo già specificato, n.d.r.) che riguarda l’alterazione del numero delle cellule del sangue unita ad una crescita di volume inspiegabile della milza. Appartiene alla stessa famiglia della policitemia vera, (ovvero un aumento inarrestabile di globuli rossi) ed alla trombocitemia essenziale, aumento indiscriminato di piastrine.

Sono circa duemila le persone che ogni anno in Italia si ammalano di queste patologie. E purtroppo fino ad ora, non esisteva una cura valida.  Adesso, grazie ad uno studio presentato lo scorso giugno ad un convegno dell’Asco, l’American Society of Clinical Oncology, e tornato alle cronache in questi giorni,  ci si potrebbe trovare davvero ad un punto di svolta. Questo perché fino ad ora era possibile solamente tenerne sotto controllo in parte la malattia, senza però rallentarla o curarla.

Ora questo studio, condotto per verificare la possibile messa in commercio di farmaci adeguati, ha dimostrato che il ruxolitinib, principio attivo attualmente sotto esame per la patologia, sembrerebbe essere stato in grado, su un campione di 219 malati, di migliorare in maniera sensibile le loro condizioni, riducendo il volume della milza e mettendo uno stop alla progressione della patologia.

E tutto ciò in pazienti caratterizzati da alto rischio di progressione. Il nuovo step, da verificare attraverso ulteriori ricerche, è quello di verificare le possibilità di sopravvivenza dei malati, che attualmente possono contare su poco più di un anno quando ad alto rischio, per il presentarsi puntuale di una complicanza molto grave, la leucemia mieloide acuta.

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Fonte: Corriere della Sera

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