Marijuana: piccole dosi di THC proteggono il cervello

di Valentina Cervelli Commenta

La marijuana utile per proteggere il cervello dai danni cerebrali derivanti da ipossia, farmaci e lesioni? La risposta potrebbe essere positiva, almeno stando ai risultati di uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv.

Il Thc, il componente psicoattivo della cannabis sembra essere valido, in dosi molto basse, per proteggere il cervello dai gravi danni neurologici causati ad esempio dalle convulsioni. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista di settore Behavioural Brain Research e dimostrano come dosi più basse tra le mille e le diecimila volte rispetto a quelle contenute in uno spinello possano essere in grado di essere efficaci fino a tre giorni dopo la comparsa degli eventi avversi sopra descritti. Una azione diretta su neuroni che preserverebbe le funzioni cognitive nel tempo.

Il coordinatore della ricerca, il dottor Yosef Sarne ed i suoi colleghi hanno spiegato che questa tipologia di approccio potrebbe essere usato risultando sicuro sul lungo termine ed impiegato in molti casi nei quali non si sa come “proteggere” le cellule celebrali dal forte stress. Nel corso delle prime sperimentazioni, gli scienziati hanno verificato come il Thc in piccole dosi previene la morte delle cellule e promuove i loro fattori di crescita. Partendo da questo, i ricercatori hanno poi ampliato il proprio raggio di azione verificando la validità del principio attivo come neuro-protettore a seconda delle diverse tipologie di lesione. Lo studio, dopo una fase in vitro, è passato su modello animale ed è stato effettivamente verificato che nelle cavie con lesioni cerebrali, dopo il trattamento e rispetto ad un gruppo di controllo vi erano risposte migliori nei test comportamentali, di memoria, di apprendimento e cognitivi.

Ma attenzione, il bassissimo dosaggio è fondamentale per dare al Thc questa componente “salvavita” cellulare. Uno spinello di marijuana, con le sue concentrazioni, ha gli effetti opposti. Gli scienziati sono ora al lavoro per comprendere se la sostanza possa essere altrettanto valida in caso di problemi cardiaci.

Fonte | BBR

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