Medicina di genere: al via un nuovo progetto

di Cinzia Iannaccio 1

Si è detto fin troppe volte che le donne hanno una resistenza maggiore rispetto agli uomini. Un nuovo studio scientifico ce lo conferma: le cellule femminili sono più furbe, si adattano meglio allo stress ambientale e farmacologico. Quelle maschili (XY) hanno un comportamento standardizzato: in difficoltà tendono a morire. Al contrario le cellule del gentil sesso si adeguano, si adattano cambiando forma, riuscendo a sopravvivere.

A parlare sono i dati emersi da un lavoro congiunto tra ISS e Università di Sassari, che spiegano come uomini e donne abbiano di fatto una differente predisposizione a contrarre certe malattie, ma anche una diversa risposta ai farmaci. Un esempio? Il 6% dei ricoveri ospedalieri nelle donne riguarda proprio una reazione avversa ai medicinali!

Il discorso va oltre: “La medicina di genere come obiettivo per la sanità pubblica: l’appropriatezza della cura per la tutela della salute della donna”, è il nuovo, ambizioso progetto che l’ISS ha avviato con i fondi del Ministero della Salute dedicati alla ricerca.

Il lavoro prevede il coinvolgimento di diversi enti e strutture in tutto il territorio nazionale. Si studieranno in particolare:  le malattie metaboliche, quelle autoimmuni e iatrogene, le reazioni avverse ai farmaci, gli interferenti endocrini a determinati contesti di lavoro. Tutto in riferimento esclusivo alla salute femminile, evidenziandone la patogenesi e ricercando nuovi approcci terapeutici e preventivi.

Tutto ciò è in linea anche con le direttive dell’Oms che da tempo ha evidenziato l’importanza della medicina di genere. Diversi i documenti redatti in cui si affermava che fino a quando gli studiosi continueranno ad usare come modello gli uomini, le cure mediche delle donne proseguiranno ad essere compromesse.

Significa guadagnare in salute, ma anche un risparmio notevole (evitando sprechi con cure inadeguate) per la spesa sanitaria pubblica. Soprattutto, sarà un modo per analizzare, capire meglio e trattare adeguatamente quelle patologie che colpiscono essenzialmente (o più duramente) il sesso femminile, come l’osteoporosi o la depressione.