Midollo osseo artificiale per curare la leucemia?

di Valentina Cervelli Commenta

Midollo osseo artificiale per curare la leucemia? E’ il suggerimento che arriva da uno studio preliminare condotto dagli scienziati tedeschi del Karlsruhe Institute of Technology. Serviranno almeno quindici anni per raggiungere il risultato perfetto, ma le basi sono state gettate.

Per decenni, al fine di curare la leucemia, cellule staminali del midollo osseo sano sono state trapiantate nei malati. Sebbene in molti casi come trattamento tale trapianto è una cura efficace, la mancanza di donatori rende difficile poter utilizzare tale protocollo su tutti i malati, soprattutto perché lo stesso deve essere compatibile con quello della persona. I ricercatori teutonici, coordinati dalla dottoressa Cornelia Lee-Thedieck hanno deciso di intraprendere il primo passo per creare del midollo osseo funzionale e compatibile in laboratorio. In pratica stanno facendo crescere delle cellule staminali in un “contesto” che chiamato a riprodurre il midollo osseo.

Questo perché la leucemia è una forma tumorale del sangue che parte proprio nel midollo osseo, quella parte del nostro organismo adibita alla produzione di cellule ematiche. L’obiettivo degli scienziati è quello di creare del midollo osseo artificiale in grado di dare vita a cellule staminali del sangue al di fuori del corpo umano per poi essere utilizzate sui pazienti malati di leucemia. Ovviamente però questo processo è tutt’altro che semplice. Come spiega la coordinatrice dello studio esso è formato da tantissime tipologie di cellule, molecole e proteine differenti.

I ricercatori hanno ricreato artificialmente grazie all’hydrogel la struttura spugnosa del midollo osseo ed hanno man mano aggiunto le necessarie proteine e tutto ciò che poteva essere utile per dare modo a delle cellule staminali ombelicali di produrre delle cellule staminali ematopoietiche, alla base della creazione di quelle del sangue. I primi risultati ottenuti si sono rivelati positivi, anche se al momento è necessario verificare se tali “cambiamenti” possano sopravvivere sul lungo periodo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista di settore Biomaterials.

Fonte | Biomaterials

Photo Credit | Thinkstock

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