Epilessia: quando la chirurgia è utile

di Valentina Cervelli 1

Epilessia: quando è corretto intervenire con una terapia chirurgica? La risposta è molto semplice: quando la semplice terapia farmacologica non ha più effetto e le crisi epilettiche non sono controllabili.

Anche in questo caso però bisogna tenere conto di un fattore: questo approccio è possibile nel caso in cui è possibile riconoscere senza ombra di dubbio l’area malata sulla quale agire. In quel caso, l’utilizzo del “bisturi” può davvero risolvere la condizione.

Qualche numero: le persone malate di epilessia sono circa 500mila. E per il 60% di loro si tratta di un disturbo di tipo focale, ovvero, le scariche elettrice “impazzite” tipiche della patologia, hanno origine in una area del cervello ben precisa. Mentre il 25 % dei pazienti risulta resistente ai farmaci: ovvero non esiste nessuna terapia che possa in qualche modo alleviare la frequenza né la forza delle crisi.

Parliamo di attacchi invalidanti, difficili da gestire. Almeno 75mila italiani sarebbero dei candidati ideali a intraprendere l’approccio chirurgico, ma le statistiche ci propongono un quadro totalmente diverso: ogni anno in Italia vengono effettuati solo 300 interventi. Questo perché sebbene “su carta” i papabili per l’intervento sono molti, una volta analizzata la situazione si scopre un quadro ben diverso.

Come spiega Giorgio Lo Russo, direttore dell’unità di chirurgia dell’epilessia all’Ospedale Niguarda di Milano, uno dei centri italiani specializzati in materia:

Intervenire chirurgicamente è certo complesso, perché stiamo parlando di operazioni al cervello. Ma è la fase precedente, ovvero l’identificazione precisa della zona da cui originano le scariche epilettiche, quella realmente complicata.

Questo perché l’area da “ colpire” deve essere individuata con precisione attraverso i dati clinici e la misurazione dell’attività elettrica celebrale, senza contare poi che si parla di strategie esclusivamente individuali: non è possibile capire in anticipo il quadro presentato dagli esami.

Si tratta infatti di individuare con esattezza l’area che genera le crisi epilettiche attraverso i dati clinici, anatomici e dell’attività elettrica cerebrale: ogni paziente candidabile alla chirurgia resettiva curativa va esaminato a fondo.  Perché sia possibile intervenire, inoltre, l’area epilettogena deve essere una sola e stabile. E la strategia è necessariamente individuale, non esiste un intervento che vada bene per tutti; inoltre, in alcuni casi basta eliminare un’area di pochi millimetri, in altri si può essere costretti a una maggiore invasività.

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Fonte: Corriere della Sera

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