La dieta mediterranea può combattere l’Alzheimer

di Marco Mancini 0

Tra le varie diete conosciute al mondo, si sa che quella che fa meglio alla salute è proprio la più utilizzata in Italia, e cioè la dieta mediterranea. Secondo alcuni ricercatori spagnoli ora pare che questa possa far bene anche al cervello, in particolare combattendo l’insorgere del morbo di Alzheimer.

La ricerca, effettuata per ora soltanto sui topi da laboratorio, è avvenuta presso l’Università Autonoma di Barcellona, e si è concentrata sulle cellule staminali. Secondo gli spagnoli, non è vero quello che si credeva fino ad oggi, e cioè che con l’età adulta i neuroni non potessero più ricrearsi. All’interno del cervello umano c’è una “riserva” di cellule staminali la quale, se viene stimolata, può produrre neuroni, i quali vanno a sostituire quelli distrutti dalle malattie senili, prevenendo l’insorgere dell’Alzheimer.

Stando alla ricerca pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease, non è tutta la dieta mediterranea in blocco a portare questo effetto, ma i cibi ricchi di polifenoli (frutta, verdura, frutta secca, tè, vino e olio d’oliva) e quelli ricchi di acidi grassi polinsaturi (pesce e alcuni tipi di verdura). La loro azione dunque è di stimolo di queste cellule staminali, le quali hanno un processo simile ad un “risveglio”. Una volta attivate, esse si moltiplicano e si differenziano, dando origine ai neuroni.

Per testare meglio questa teoria, è stata creata una crema che concentrava tutti questi elementi benefici, ed in particolare sintetizzava le proprietà di frutta e noci disidratate, cocco, oli vegetali e farine ricche di fibre. Dopodiché le cavie sono state divise in due gruppi, uno nutrito con una dieta standard e l’altro con la stessa dieta arricchita dalla crema. Dopo 40 giorni di trattamento, i ricercatori si sono accorti che era aumentato il numero delle cellule staminali presenti nel bulbo olfattorio e ippocampo (l’area preposta alla memoria) nei topolini che avevano mangiato la crema, rispetto a quelli che non l’avevano mangiata, ed inoltre le cellule nuove sembravano aver rafforzato le reti nervose, evitando così il danno ossidativo dovuto all’età. In definitiva in questo modo i topi venivano protetti in parte o del tutto dal morbo di Alzheimer.

Questa teoria ha funzionato sui topi, ma ancora non è stata testata sugli esseri umani. Avendo noi un metabolismo molto simile a quello delle cavie da laboratorio, gli scienziati si dicono quasi sicuri che lo stesso processo potrebbe avvenire anche per l’uomo.

[Fonte: Corriere della Sera]

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