Sedazione terminale o eutanasia?

 
Cinzia Iannaccio
15 febbraio 2013
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malato terminale Sedazione terminale o eutanasia?

Eutanasia attiva o passiva, suicidio assistito, accanimento terapeutico, sedazione terminale (o totale o palliativa). Si torna ancora una volta a parlare di tali argomenti grazie (è il caso di dirlo) ad una delibera del Consiglio Etico dell’Ordine dei medici francese che ha approvato la “sedazione terminale” per i pazienti in imminente fine di vita, che ne abbiano fatta richiesta in momenti di lucidità e che si trovano a soffrire dolori lancinanti. In pratica è una messa in stato di coma farmacologico che dovrebbe accompagnare il malato inguaribile ed in fase terminale fino alla sua morte, difficile da prevedere concretamente ma che si aspetta nell’arco di poche ore o pochi giorni. La sfumatura con l’eutanasia definita “attiva” è lieve, legata essenzialmente alla tempistica della previsione della morte e alla modalità farmacologica con cui questa a volte può essere somministrata.

Di fatto chi ci è passato, purtroppo sa che la sedazione palliativa (o terminale) è un gesto di umanità e di estremo amore. Non so se in Francia esisteva già e questo vuole solo essere un atto di regolamentazione. Ma in Italia la si pratica da tempo, rientra perfettamente nella legge sulle cure palliative che tendono ad alleviare la sofferenza nel malato terminale, laddove non ci siano altre possibilità di guarigione, anche nel rischio che i farmaci utilizzati possano abbreviare di poco la vita. Però si fa sempre in silenzio, col dovuto rispetto per tutte le persone coinvolte. Lo so per le mie esperienze dirette, ma preferisco riferirvi le parole professor Umberto Tirelli, oncologo di fama internazionale, e direttore del dipartimento di Oncologia medica dell’Istituto Tumori di Aviano, che in una nota diffusa alla stampa ha così commentato la notizia:

 “Non mi sembra una novità assoluta questa dei medici francesi. La sedazione terminale, rivolta al trattamento di sintomi intollerabili e non rispondenti ad altre terapie, cioè quando sono diventati refrattari ai comuni trattamenti palliativi,  la considero una decisione ovvia. Nel caso in cui un paziente oncologico ha già sfruttato tutte le possibilità di cura, palliativa e antitumorali, si trova in fin di vita, con una morte attesa entro un lasso di tempo compreso tra poche ore e pochi giorni, in preda agli ormai incontrollabili  gravi sintomi della malattia (dolori e difficoltà di respirazione), con il consenso informato ottenuto in precedenza dal paziente e/o comunque con il consenso dei familiari che lo assistono si può procedere ad utilizzare farmaci che sedano il paziente e inducono alla perdita di coscienza così da “addormentarlo” senza più provare quei disturbi severi di cui sopra”.

E’ un accompagnamento dignitoso alla morte. In Olanda, ha spiegato ancora Tirelli, dove il ricorso all’eutanasia è legale, i dati riguardanti questa si stanno abbassando proprio a favore dell’aumento di sedazioni terminali, quale valevole alternativa.

Insomma il ricorso alla sedazione terminale è un dovere nei casi estremi, a favore della dignità di chi soffre e sta per morire. Per molti è un’ipocrisia, un modo per praticare l’eutanasia senza usare la “parola incriminata”. Di fatto c’è da chiedersi: se la morte è prevista nell’arco di 24 ore o di 30 giorni, ma comunque è imminente e la sopravvivenza è legata a dolori insopportabili, trattati comunque con farmaci palliativi che non offrono coscienza stabile e continuativa, quale è la differenza morale se la scelta è fatta antecedentemente dal paziente? Il cancro nella maggior parte dei casi, non spaventa perché porta alla morte, ma perché conduce al decesso nella sofferenza. Questa è solo la mia modesta opinione, è chiaro, non sono all’altezza di entrare in questo dibattito etico in altro modo. E poco mi importa infilarmi nella diatriba terminologica n questo contesto, dove quello che conta è il risultato ed il rispetto per chi opta per questa scelta.  La libertà di scelta è sempre fondamentale, non credete?

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Foto: Thinkstock

 

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