Diabete di tipo 1, nuova scoperta potrebbe rivoluzionare la terapia

 
Marco Mancini
26 febbraio 2012
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bimba diabetica Diabete di tipo 1, nuova scoperta potrebbe rivoluzionare la terapia

I ricercatori del Massachusetts General Hospital hanno notato che la produzione di insulina nei pazienti affetti da diabete di tipo 1 non rappresenta immediatamente una forma di allarme, ma essa continua normalmente per decenni prima di diventare preoccupante. Una scoperta che potrebbe modificare alcune terapie, specialmente nelle persone in cui viene diagnosticata in fase precoce, e che potrebbe rendere meno pesante la convivenza con la malattia.

Di solito si pensava che la funzione delle cellule beta cessasse completamente nei pazienti con diabete di tipo 1. Tuttavia, i dati di questo ed altri studi suggeriscono che il pancreas continua a funzionare ad un certo livello, anche decenni dopo l’insorgenza del diabete di tipo 1

ha spiegato il dott. Denise Faustman, direttore del MGH Immunobiology Laboratory, a capo dello studio. Le cellule beta sono un tipo di cellula del pancreas che producono e immagazzinano l’insulina. Lo studio si è basato sull’osservazione di 182 pazienti affetti da diabete di tipo 1 in cui si è scoperto che la produzione di C-peptide (un marker che “mette in moto” le cellule beta) può continuare per tantissimo tempo dopo l’insorgenza della malattia, permettendo di mantenere la sensibilità allo zucchero nel sangue.

Dallo studio è risultato che i livelli di C-peptide si abbassano nei pazienti diabetici di tipo 1, ma solo in quelli che ce l’hanno da molto tempo, mentre in quelli diagnosticati ancora nelle fasi iniziali il calo è lento e graduale, e non improvviso come si sospettava fino a poco tempo fa. Addirittura nei pazienti in cui la condizione era stata diagnosticata dai 30 ai 40 anni prima, la funzione del C-peptide era ancora al 10%, dunque non ancora definitivamente assente. Questo permetteva alle cellule bete di continuare a funzionare, contrariamente al pensiero scientifico vigente. Per questo i ricercatori affermano che i pazienti, anche se diagnosticati dopo alcuni anni, potrebbero ottenere una terapia volta a rallentare la perdita di funzione, in maniera tale da mantenerla attiva il più a lungo possibile e rimandare l’intervento vero e proprio con le terapie moderne di diverse decine di anni.

[Fonte: Health24]

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