Ebola, una cura in sperimentazione

di Valentina Cervelli Commenta

Una cura sperimentale contro l’ebola è stata inoculata in entrambi gli operatori sanitari americani colpiti dal virus e in fase di rimpatrio negli Stati Uniti. Due differenti soluzioni per verificare quale delle due potesse riscuotere un successo maggiore.

 

Nancy Writebol, l’assistente sanitaria contagiata,  ha ricevuto un siero sperimentale, mentre al dott. Kent Brantly è stata fatta una trasfusione di sangue proveniente da un paziente che era guarito dall’ebola. Al momento non si conosce la composizione di questa cura sperimentale, ma è abbastanza corretto pensare che in entrambi i casi gli organismi dei due americani contagiati abbiano ricevuto degli anticorpi attivi contro la malattia. Questo dovrebbe dare tempo al sistema immunitario dei due malati di riprendersi un poco e rallentare la replicazione del virus. Spesso questa tipologia di siero viene utilizzata in via sperimentale: la speranza degli esperti è che sfruttando gli anticorpi inoculati il corpo riesca a far fronte alla malattia con più facilità.

Va sottolineato: al momento non vi sono né una terapia efficace contro l’ebola, né un vaccino, sebbene molti siano i prototipi attualmente in studio in tal senso sfruttando diversi approcci. Il virus dell’ebola è pericoloso perché prima di tutto mette fuori gioco le cellule del sistema immunitario e poi si replica praticamente senza che niente possa interromperlo. Colpendo le cellule del nostro corpo, da vita ad una febbre emorragica di straordinaria potenza che causa una insufficienza multi-organo che non dà quasi mai scampo a chi viene colpito.

Entrambe le cure sperimentali, spiegano gli scienziati che hanno in cura la coppia di operatori sanitari, puntano a dare al sistema immunitario la forza necessaria a combattere il virus con le proprie forze, abbassando in pratica la carica virale. La speranza è quella di essere arrivati in tempo con le stesse. Perché nell’ultimo stadio della malattia si instaura nell’organismo un processo chiamato “tempesta di citochine” che spinge le cellule immunitarie ad attaccare i tessuti sani del corpo e degli organi. In quel caso non vi è in pratica nulla che possa essere fatto per evitare la morte.

Non si può fare altro che attendere e sperare che le cure sperimentali abbiano effetto.

Fonte | Livescience

Photo Credit | Thinkstock

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