Mucca pazza: torna l’incubo

di Cinzia Iannaccio 5

Una donna di 42 anni, una mamma, è in fin di vita presso un hospice per le cure palliative a Livorno. Pochi mesi fa la certezza della diagnosi all’Istituto Besta di Milano: si tratta di mucca pazza! O meglio della variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob che colpisce l’essere umano che ha mangiato carne bovina infetta.

L’incubo ritorna, anche se assicurano gli specialisti, il contagio è avvenuto sicuramente negli anni ’90. Oggi non c’è nessun rischio.

Ne sono convinti: sia perché la patologia ha un lungo decorso prima di sviluppare i drammatici sintomi che conducono alla morte, sia per i controlli che da allora sono stati attivati su tutti i prodotti di origine animale.  Non occorre dunque allarmarsi, ma il pensiero va necessariamente agli anni passati. 

Me lo ricordo come se fosse ieri: eppure era il 1986 e riguardava inizialmente l’Inghilterra. I telegiornali ci parlavano del morbo della mucca pazza, o encefalopatia spongiforme (BSE). Ci facevano vedere i poveri animali tremolanti, cadere a terra sconfitti da una orribile malattia neurologica.

Macabra la risoluzione che spiegava le motivazioni: le mucche venivano nutrite con farine di origine animale, costituite da parti infette. L’ansia ed i timori che questo si potesse trasmettere anche a noi in una catena alimentare che fino a quel momento ci era sembrata naturale divennero realtà.

Nel 1995 (ben 10 anni dopo le prime avvisaglie), proprio nel Regno Unito si arrivò ad una epidemia incredibile: in tutto più di 184.561 casi di Bse su circa 190.000 in tutto il mondo. 160 i decessi umani, anche se non tutti riconducibili al contagio dovuto alla carne bovina.

L’Italia si attivò subito nei controlli e nelle normative. Da lì l’embargo dei prodotti animali  provenienti dal Regno Unito, durato fino a pochi anni fa, il controllo di tutti gli animali macellati sopra i 30 mesi,  la proibizione dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio Bse dalla catena alimentare.

Ma anche e soprattutto l’introduzione, a partire dal 2002, di un sistema obbligatorio di etichettatura che permette di conoscere l’origine della carne che si compra.

Dal 2001 al 2005 il Comitato veterinario della l’UE vietò il consumo delle bistecche con l’osso, compresa la “fiorentina” nostrana.

La mamma livornese è il secondo caso italiano. Ci fu un solo decesso nel 2002: una donna siciliana.

Sì, sicuramente l’allarmismo in questi casi è esagerato, di certo grazie alla storia passata l’Italia è all’avanguardia nella prevenzione, ma la questione della sicurezza alimentare tra polli, mucche, pesticidi e mozzarelle blu, merita di sicuro questi commenti, come pure un abbraccio va alla famiglia della donna in fin di vita.

Per noi è un incubo che torna. Per loro, una dura realtà che li accompagnerà per sempre.

[Fonte: Rainews]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>