Psicologia, le difficoltà di una spedizione su Marte

di Valentina Cervelli 1

 Dopo aver raggiunto la luna ed archiviato lunghi viaggi spaziali con missioni della durata di mesi, Marte rappresenta la nuova chimera dell’essere umano.  Per raggiungerlo non solo bisogna mettere a punto della tecnologia adeguata, ma bisogna prepararsi psicologicamente al lungo viaggio. E’ possibile per l’uomo? Quali sono le ripercussioni psicologiche in questo caso?

E’ possibile scoprirlo attraverso la testimonianza di Diego Urbina, 27 anni, astronauta italiano ( possiede doppio passaporto italo-colombiano, n.d.r.) formatosi al Politecnico di Torino e da ormai un anno al centro della sperimentazione marziana nata in collaborazione tra la Rokosmos russa, la Esa europea e la Cnsa Cinese, ben tre agenzie spaziali unite in un intento: verificare la tenuta fisica e psicologica in vista di un viaggio verso il pianeta rosso.

Dal 3 giugno del 2010 sei astronauti sono stati chiusi in una astronave costruita presso l’Istituto di Biomedica di Mosca al fine di verificare quali possano essere le condizioni di vita umane una volta sottoposte delle persone ad uno stress così forte come quello che un simile viaggio spaziale comporterebbe: spazi angusti, necessità di mantenere i nervi saldi, capacità tecniche e soprattutto un lungo isolamento dalla terra. Interrotto solo dalle comunicazioni con la base, che avverrebbero con una differita di 20 minuti.

520 lunghissimi giorni che come racconta Urbina, mettono a dura prova la resistenza psicologica dei partecipanti. Non si tratta infatti solo della necessità di tenere sempre sotto controllo parametri vitali e livelli di cortisolo. L’isolamento influisce sull’organismo e sui meccanismi cerebrali e lo scopo dell’esperimento è trovare il modo di annullare gli effetti negativi per evitare di compromettere eventuali  missioni.

L’entusiasmo per la pioneristica sperimentazione, passa in fretta. Vi è la necessità di darsi degli obiettivi a breve e lungo termine per poter andare avanti. Scopi che non sono strettamente legati alla missione. Senza contare poi la necessità di saper affrontare il distacco dai propri cari.  Quale è stato il cambiamento psicologico più evidente? Ce lo racconta Urbina:

Mi sono reso conto che alcune cose che prima non erano divertenti poi lo diventavano man mano il tempo scorreva. E ora si può ridere di aspetti semplici. Però, contemporaneamente, cose negative molto piccole possono infastidirti più del normale. Fisicamente sto bene, a parte un certo decondizionamento dovuto alla mancanza del movimento, del camminare.

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Fonte: Corriere della Sera

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