Epatite C, guarigione in 12 settimane con sofosbuvir?

di Valentina Cervelli Commenta

L‘epatite C è una malattia difficile da curare la cui terapia rappresenta da sempre una grande prova fisica per i malati che ne sono affetti. Potrebbero però esserci buone notizie: è stata approvata dalla FDA americana una pillola in grado di guarire o controllare buona parte dei casi in 12 settimane.
La Food and Drug Administration che si occupa tra l’altro del controllo dei farmaci, ha recentemente approvato un farmaco a base di sofosbuvir. Attualmente la terapia di elezione per l’epatite C passa attraverso l’interferone e la ribavirina. Un approccio che sebbene abbia una certa efficacia nell’abbassare la carica virale nelle persone è contestualmente anche molto pesante da gestire per l’organismo e per gli effetti collaterali che può mostrare. Messo a punto dalla Gilead Science, questo farmaco senza interferone per essere efficace deve essere assunto una volta al giorno per almeno 12 settimane. Il vero problema? E’ il costo della terapia. Si parla di 84mila dollari a persona, in pratica mille dollari al giorno.

Per farvi comprendere l’impatto economico di tutto ciò, basta dirvi che l’epatite C è una malattia del fegato che ha colpito finora in tutto il mondo circa 150 milioni di persone ed il numero cresce di circa 3-4 milioni l’anno. E’ una patologia molto pericolosa perché primario fattore di rischio di cancro al fegato e cirrosi epatica. In Italia sono circa un milione e mezzo le persone infettate ma una percentuale infinitesimale quelle sottoposte ad una terapia.

Le nuove molecole messe a punto, quella appena approvata e quelle ancora al vaglio degli esperti della Fda, secondo gli specialisti del nostro paese saranno in grado di rendere possibile la guarigione tra la popolazione in tassi che oscilleranno tra l’80% ed il 95%. Sempre se si riuscirà ad abbattere il problema dei costi eccessivi.  Riuscire a favorire terapie migliori come quella descritta potrebbe portare ad una diminuzione della progressione della malattia, ad una minore mortalità ed ad un avvicinamento agli approcci terapeutici da parte delle persone che tollerano poco gli effetti collaterali dell’interferone.

Photo Credit | Thinkstock

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