Obesità: nei bambini si combatte col buon sonno

di Cinzia Iannaccio Commenta

 I bambini che dormono poco o male hanno un maggior rischio di sviluppare l’obesità. Un argomento non nuovo, certo, ma stavolta un gruppo di ricercatori della Nuova Zelanda è arrivato a quantificare l’aumento del peso in relazione alle ore di sonno perdute. Il tutto è stato possibile seguendo per 6 mesi 244 bambini trai tre ed i 7 anni, un’età cruciale per ciò che riguarda lo sviluppo del sovrappeso e dell’obesità negli anni a venire. In questo lasso di tempo sono stati tenuti sotto controllo il peso, l’indice di massa corporea, l’alimentazione, l’attività fisica/motoria ed infine la quantità e la qualità del sonno. Ne è risultato che per ogni ora di sonno persa l’indice di massa corporea era aumentato di 0,49 punti, ovvero un rischio di sviluppare obesità dopo i 7 anni maggiore del 61% rispetto agli altri bambini!

Lo studio, pubblicato sul British Medical Journal (BMJ) rappresenta dunque un nuovo punto di partenza per capire meglio questo meccanismo: sul quale si fanno già ipotesi che vanno dal maggior numero di ore a disposizione per mangiare fino all’alterazione ormonale dovuta alla carenza di riposo adeguato. Comunque sia si tratta dell’ennesima conferma circa l’importanza del sonno per la salute degli esseri umani. In particolare il lavoro scientifico suggerisce che nell’infanzia occorre dormire almeno 11 ore su 24 il che implica quella buona igiene del sonno che i pediatri da sempre raccomandano e che in qualche modo andrebbe applicata anche al mondo degli adulti. Dormire poco altera la capacità di concentrazione, la memoria, il controllo dell’ansia e dello stress, fino ad arrivare ad alterazioni del sistema immunitario. Certo è che dormire bene, non implica l’abbandono di regole fondamentali per un corretto sviluppo psicofisico, ovvero, una sana alimentazione e la giusta attività motoria. Insomma, sin dall’infanzia occorre insegnare ai bambini un corretto stile di vita. Ammetto che è più difficile di quanto non sembri.

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[Fonte: BMJ]

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