Materie plastiche tossiche, bisfenolo A legato a sindrome metabolica

di Paola 1

Vi avevamo già parlato qualche tempo fa dei rischi relativi all’uso di materiale plastico nella realizzazione dei biberon usati nella prima infanzia. In particolare, ad essere sotto accusa, era il bisfenolo A, principale componente di molti tipi di plastica.
Una nuova ricerca condotta presso l’Università di Cincinnati avrebbe individuato una connessione proprio tra il BPA e la sindrome metabolica.

In uno studio di laboratorio, effettuando dei prelievi campione dei tessuti umani, i ricercatori hanno rilevato che il BPA elimina l’ormone chiave adiponectina che è responsabile della regolamentazione della sensibilità insulinica nel corpo.
In tal modo, l’organismo corre un rischio maggiore di sviluppare i fattori di rischio che portano alla sindrome metabolica.


La sindrome metabolica è una combinazione di fattori di rischio che include una più bassa risposta insulinica e livelli ematici superiori di zucchero e di lipidi.
Secondo l’American Heart Association, circa il 25 per cento degli americani soffre di sindrome metabolica.
Non trattata, la malattia può mettere a rischio la vita causando problemi di salute come malattie coronariche, ictus e diabete di tipo 2.

Nira Ben-Jonathane e il suo team, che hanno realizzato lo studio, sono i primi a riferire dati scientifici relativi agli effetti sulla salute dell’esposizione umana al BPA a dosi di rilevanza ambientale uguale a “medio”.
I campioni di tessuto adiposo prelevati a pazienti sottoposti ad interventi di protesi al seno e chirurgia addominale sono stati prelevati ed esposti per sei ore a diverse concentrazioni di BPA, per osservare le variazioni dell’adiponectina. L’esposizione al BPA ha provocato nei tessuti la soppressione dell’ormone, privando i pazienti della naturale protezione contro i fattori di rischio della sindrome metabolica, regolamentati proprio dall’adiponectina.

Si tratta di effetti preoccupanti che documentano le gravi conseguenze del bisfenolo A sulla salute umana.
La sperimentazione dell’università di Cincinnati apre il via a future sperimentazioni dirette sull’uomo, per valutare non solo il danno a livello dei tessuti, ma su tutto l’organismo.
l risultato della ricerca è stato pubblicato sulla rivista scientifica on-line Environmental Health Perspectives.

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