Alzheimer, vitamina B rallenta progressione morbo

di Paola 1

 Una ricerca che viene dalla Gran Bretagna regala un barlume di speranza nella lotta al morbo di Alzheimer individuando nella vitamina B un possibile alleato. La vita media si allunga, si vive sempre di più ma non sempre si vive bene proprio a causa dei problemi di memoria, della demenza senile, e di malattie che compromettono le funzionalità cognitive e rendono l’anziano dipendente dagli altri.

Ecco perché è importante trovare una soluzione efficace per contrastare la progressione di patologie degenerative come il morbo di Alzheimer, che colpisce 26 milioni di persone in tutto il mondo e per il quale non esistono a tutt’oggi cure valide.
Ma veniamo allo studio, realizzato da un’équipe di ricercatori di Oxford su un campione di 168 volontari, e pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica Public Library of Science (PLoS) One.

Grazie ad una sperimentazione durata due anni, gli studiosi hanno scoperto che dosi massicce di vitamina B tutti i giorni hanno un effetto positivo nel rallentamento dell’indebolimento cognitivo medio (Mci), che colpisce il 16% degli over 70 e che rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per l’Alzheimer, tanto che che il 50% degli affetti da Mci sviluppa il morbo entro cinque anni. La vitamina B è riuscita a dimezzare l’atrofizzazione del cervello.

La pillola sperimentata, il TrioBe Plus, era un mix di vitamina B6, B12 ed acido folico, vitamine in grado di tenere sotto controllo i livelli di omocisteina, un aminoacido che, se presente ad alti livelli, è associato ad un alto rischio di insorgenza di Alzheimer.
Non un normale integratore, ma una vera e propria bomba (e mi chiedo se non ci siano effetti collaterali a questo punto) perché pensate che contiene circa 300 volte la dose giornaliera raccomandata di vitamina B12, 4 volte quella di acido folico e 15 volte quella di B6.
Ad ogni modo, il trattamento ha sortito buoni risultati. Il cervello degli anziani trattati con TrioBe Plus si è rimpicciolito dello 0,76% all’anno, contro l’1,08% del gruppo al quale è stato somministrato un placebo.

[Fonte: Agi Salute]

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