Parto naturale e cesareo: come ridurre i rischi

di Cinzia Iannaccio 1

Parto naturale, abuso di cesareo, rischi, emergenze e scelte difficili. Al centro di tutto la salute di mamme e neonati. “Ospedali e territorio dedicati alla donna” è il titolo del 18° Congresso dell’AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) che ha iniziato i lavori questa mattina. La salute della donna a 360° per fare il punto sulle ultime acquisizioni scientifiche sui fibromi uterini, l’endometriosi, il virus ed il vaccino per l’hpv e così via. Ma l’apertura è stata ovviamente dedicata ai recenti fatti di cronaca avvenuti in sala parto: dal nord al sud d’Italia.

Partorire è un’ esperienza meravigliosa, nella maggior parte dei casi, ma questo è sempre possibile dirlo dopo.

Prima, la donna vive con terrore l’idea dei dolori del travaglio o della fase dell’ espulsione cioè della nascita vera e propria. I fatti recenti hanno creato uno stato di allerta e di panico a dire degli esperti ingiustificati.

Dunque dal congresso non si poteva che lanciare un messaggio rasserenante: la ginecologia ed ostetricia italiane sono sane. Nel nostro paese c’è la più bassa mortalità materno-infantile al mondo. Nonostante l’alto numero di tagli cesarei.

Due dati questi, che di recente sono stati messi spesso a confronto e che sono sembrati in contrasto. Certo è che in medicina nulla è senza rischi ed il ricorso al cesareo non va criminalizzato, ma analizzato. Tutto questo deve far riflettere ed aiutare a superare la situazione.

Ci spiega meglio il Prof. Giovan Battista Serra, Past President della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia, intervenuto come relatore sulla gestione dei rischi e delle emergenze in sala parto:

“Occorre distinguere tra urgenze ed emergenze: le prime sono prevedibili, come nel caso di una donna affetta da ipertensione. Il rischio è calcolabile e ci si può attivare in un cesareo programmato o al contrario, se una signora arriva in ospedale con la pressione alta, è più facile che si scelga un taglio cesareo d’urgenza.

Diverso è il discorso dell’emergenza: quando cioè non esistono segnali che indicano un rischio. Capita se un parto fisiologico si complica all’improvviso, perché ad esempio il bambino assume una posizione errata. In questi casi non siamo preparati, ne attrezzati!

Mancano emoteche interne nell’eventualità di emorragie,  non c’è un adeguato numero di terapie intensive neonatali ecc. Occorre dunque attivarsi in questo senso”.

Ovviamente il tutto riguarda l’economia sanitaria: l’organizzazione e l’innovazione hanno i loro costi:

“chiudere i punti nascita più piccoli può essere auspicabile, mirando ad investire negli altri. Per creare dei luoghi di eccellenza e sicurezza.  Tanto per fare un altro esempio: se in un ospedale nascono 500 bambini in un anno, significa che gli 8 medici che ruotano in sala parto, fanno nascere solo un bambino a settimana. Con questi ritmi non possono essere allenati alla gestione dell’emergenza, neppure emotivamente, oltre che strutturalmente”.

Va attivata sicuramente un’inversione di tendenza, ma nel frattempo, rimaniamo nel panico?

“No, le cifre vanno valutate nel loro insieme: noi abbiamo la più alta media di cesarei in Italia? Il 38%. Ma il più basso tasso di mortalità. In paesi europei dove si fanno la metà dei tagli chirurgici, assistiamo al doppio dei decessi”.

Basta riflettere su questo. Sicuramente dunque si fanno molti cesarei in Italia, ma spesso servono a salvare delle vite.

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