Infarto, trapianto cellule staminali cardiache da paziente: positivi i primi test

di Valentina Cervelli 3

 L’infarto è di per sé per definizione una “ferita” del cuore. E quest’ultimo, una volta “danneggiato” dalla patologia non funziona perfettamente. Da anni la ricerca è concentrata negli sforzi di trovare una maniera per riparare fisicamente il muscolo cardiaco malato: ora , uno studio, presentato nel corso  dell’ultimo meeting della American Heart Association e pubblicato su The Lancet, apre la strada alla ricostruzione del tessuto cardiaco attraverso le cellule staminali del paziente.

Una speranza tangibile, visti i risultati delle prime sperimentazioni cliniche condotte da due medici italiani “in trasferta” all’estero come Roberto Bolli dell’Università di Louisville e Piero Anversa della Harvard Medical School di Boston. I due ricercatori hanno prelevato tramite bypass delle cellule staminali adulte dai pazienti, le hanno fatte crescere di numero in provetta e le hanno poi “reinpiantate” nel paziente attraverso un catetere.

Lo studio, che prevedeva un gruppo di controllo per verificarne l’efficacia, ha coinvolto 23 pazienti, di cui 16 trattati con le cellule staminali. Tutti i pazienti erano affetti da insufficienza cardiaca da infarto. E’ stato notato che nei pazienti sottoposti all’infusione delle proprie cellule staminali, non solo è diminuita l’insufficienza, ma è anche diminuita la superficie del tessuto cardiaco necrotico derivante dall’infarto.

Di diverso rispetto ai precedenti studi vi è che fino ad ora si è tentato di applicare delle cellule staminali estratte dal midollo osseo. In questo caso invece sono state utilizzate delle cellule staminali cardiache adulte, efficaci perché danno vita direttamente a nuovo tessuto cardiaco e aiutano a ricostruire “i vasi sanguigni del cuore.

Come spiegano i due ricercatori italiani:

Questi risultati iniziali nei pazienti sono davvero incoraggianti. Suggeriscono che l’infusione di cellule staminali cardiache autologhe (cioè del paziente stesso) è efficace nel migliorare la funzione cardiaca e ridurre le dimensioni dell’area cardiaca infartuata.

Se i risultati dovessero venire confermati  da altre sperimentazioni, si potrebbe dire senza paura di essere sulla strada giusta per curare una delle principali cause di morte a livello mondiale.

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Fonte: The Lancet

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