Dolore cronico, la situazione in Italia

di Valentina Cervelli 3

 Quando si parla di dolore cronico, si parla di grandi numeri. E di una battaglia in continua evoluzione. Basta semplicemente pensare al numero di persona affette da patologie scatenanti questo tipo di dolore. Parliamo di almeno il 26% della popolazione italiana, pari a circa 15 milioni di persone in tutta Italia. Nel nostro paese, sebbene teoricamente sia vigente una legge all’avanguardia in tal senso, le messe in pratica della stessa sono laconiche rispetto alle necessità.

Tirando le somme: le cure ci sono e sono disponibili, la legge per garantire l’assistenza è attiva, ma manca tutta l’impalcatura assistenziale diretta. Partendo dalla ignoranza in buona fede dei malati, fino ad arrivare ai medici non aggiornati dal punto di vista legale e farmacologico in tal senso.  Pensiamo alle patologie solitamente associate al dolore cronico: mal di schiena, emicrania, artrosi, nevralgie, osteoporosi, lombosciatalgie, dolori alle articolazioni, fuoco di Sant’Antonio. Parliamo di problemi che se cronicizzati portano ad una decadimento sensibile delle condizioni di vita del malato.

Basta con l’abuso di antidolorifici

Tra i maggiori problemi che in caso di dolore cronico si presentano, vi sono quelli strettamente legati all’assunzione di fans, farmaci antidolorifici non steroidei.  E non si intende fare il punto solo a livello economico, ma soprattutto di salute per coloro che ne abusano. Spesso e volentieri troppi antidolorifici non specifici sono semplicemente in grado di creare ulteriori danni all’organismo, sviluppando ad esempio patologie correlate di tipo gastro intestinale, quando basterebbe rivolgersi ad uno specialista o semplicemente entrare più nello specifico del dolore con il proprio medico, portandolo a mettere a punto una cura adeguata alla situazione.

Gli  stessi medici di famiglia, in mancanza di patologie pregresse che potrebbero rappresentare un problema o problematiche di tipo lavorativo, ove possibile dovrebbero sia contrastare la reazione dei malati di “rassegnazione”, sia prescrivere dei farmaci a base oppioide quando necessario, soprattutto in caso di pazienti anziani: essere “vecchi” non deve per forza essere sinonimo di dolore.

Le conseguenze dei dolori cronici non curati

Quello di cui spesso non si tiene conto, è che la sopportazione “passiva” del dolore cronico, non solo porta dei problemi ad un livello fisico, ma rischia di affondare sia la condizione psicologica del paziente che quella sociale. Più del 20% delle persone affette da questa patologia ha infatti subito un ridimensionamento delle responsabilità nella propria attività lavorative. C’è chi ha dovuto cambiare lavoro e chi addirittura lo ha perso, in una percentuale del 17%.

Senza contare l’insonnia, la depressione, l’isolamento che deriva da un calo così drastico delle condizioni di vita.

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